Ode al Tribunale di Rimini

6 dicembre 2013 • gian luca clementi

Il fallimento di Aeradria, gestore dell’aeroporto di Rimini, indica una soluzione praticabile al problema dell’occupazione di vasti settori economici da parte dei partiti: quella giudiziale.

Lo scorso 27 novembre, il Tribunale di Rimini, presieduto dalla Dottoressa Rossella Talia, ha decretato il fallimento di Aeradria, la società che gestisce l’aeroporto della città dal 1962. I soci principali dell’ormai defunta azienda erano la provincia di Rimini (38%), il comune di Rimini (18%), la Confartigianato (9%), Rimini Fiera, a sua volta controllata da provincia, comune e CCIAA (7.5%) e la regione Emilia Romagna (5%). Il restante capitale era suddiviso tra una moltitudine di enti locali limitrofi all’aeroporto.

Nonostante il ruolo molto limitato che lo scalo riminese gioca nel sistema aeroportuale nazionale, la notizia ha creato un qualche scalpore  perché il tribunale ha rigettato l’istanza di concordato nonostante questa fosse appoggiata dal creditore principale, Banca Carim. Appoggio che non sorprende, visto che la banca è controllata al 56% dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, a sua volta controllata dai politici locali.

I motivi del dissesto finanziario sono un classico della gestione della cosa pubblica sul suolo italico, e sono felicemente riassunti nell’intervento con cui Carla Franchini, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, motivò il proprio voto contrario alla richiesta di aumento di capitale avanzata dal management di Aeradria nell’estate del 2011. In questa sede basta ricordare che, secondo il bilancio certificato da Deloitte, nel 2010 Aeradria spese più di un milione di Euro (pari a circa il 10% del fatturato) in consulenze, e 4,5 milioni per marketing e promozioni. Queste ultime spese, si scoprì poi, consistevano perlopiù in sussidi per le compagnie aeree operanti sullo scalo. Nel 2010, le perdite di esercizio assommarono a ben 7,6 milioni di Euro, più del 70% del fatturato!!

Nonostante queste cifre, e pur in mancanza di un piano industriale, i vari soci acconsentirono a versare 6 milioni nel 2011 e ne promisero altri 7 nel 2012. Nel frattempo, però, la situazione debitoria si era deteriorata a tal punto da rendere improcrastinabile l’istanza di concordato.

La buona notizia è che il Tribunale ha rigettato tale istanza, evitando che lo spreco al carico del contribuente si protragga ulteriormente nel tempo. I politici locali hanno reagito con dispetto, decretando che il fallimento della società di gestione avrebbe determinato la cessazione dei voli  sull’aeroporto, arrecando un grave danno all’economia locale. Il motivo del loro sconforto, sospetto io, è la constatazione di avere perso uno dei loro giocattolini preferiti, un carrozzone dove infilare amichetti vari in cerca di impiego. Fino all’agosto scorso, per portare un esempio, il presidente di Aeradria era Massimo Masini, già sindaco di Riccione negli anni ’90 e poi dirigente della provincia di Rimini. Insomma, un manager con forti esperienze nella gestione aeroportuale. Il signor Masini risulta indagato dalla Procura di Rimini per falso in bilancio, accesso abusivo al credito e bancarotta fraudolenta.

Lungi dal determinarne la cessazione, il fallimento costituisce una condizione necessaria per il rilancio dell’infrastruttura aeroportuale che, giustamente, gli operatori turistici ritengono essenziale per lo sviluppo delle loro attività. L’ENAC ha annunciato di aver già avviato le procedure per il bando europeo che dovrà assegnare la gestione dell’aeroporto. La speranza, ovviamente, è che il prossimo gestore sia scelto in base al prezzo e alle capacità gestionali dimostrate in altri ambiti.

Un’ulteriore speranza, di portata ben maggiore, è che tutti i tribunali che nel futuro prossimo si troveranno a decidere le sorti delle società partecipate che consegneranno loro i libri contabili, seguano l’esempio dei loro colleghi riminesi. Come è noto, un numero elevatissimo di tali aziende, a cominciare da quelle che si occupano di trasporti, è in forti difficoltà finanziarie. La novità, rispetto al passato, è che gli enti che le controllano hanno una ridotta capacità di farsi carico della loro ricapitalizzazione. Quando le stesse aziende, obbligate dal codice civile, si rivolgeranno ai tribunali, starà a questi decidere se prolungarne l’agonia, infliggendo perdite a creditori e cittadini, o, come è stato nel caso di Aeradria, chiuderle per sempre.

Ecco dunque che, in una situazione in cui il mercato politico è sempre meno contendibile — cioé i politici fanno quello che gli pare — quella giudiziale diventa forse l’unica soluzione praticabile per ovviare all’occupazione da parte della politica di enormi settori dell’economia nazionale.

Fonte: http://noisefromamerika.org/articolo/ode-al-tribunale-rimini

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